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Gravel: un ritorno all’avventura

Gravel: un ritorno all’avventura

Perché molte persone hanno deciso di avvicinarsi al gravel? Che vantaggi ci offre?
È davvero una scoperta così recente?

Nicolò Cantoni

11 Giugno 2021

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Oggi sempre più persone decidono di praticare più di uno sport: trail running, bici, scialpinismo, nuoto, ecc.

La multi-disciplina affascina e permette di uscire da quel concetto stereotipato di sport unidirezionale dove tutto è concentrato ai fini della performance.  Il gravel è l’antitesi di questa tendenza: chi si avvicina a questo mondo è alla ricerca di libertà e di nuovi orizzonti da esplorare. Uscire dalla porta di casa senza porsi limiti: ghiaia, asfalto, terra battuta, prati. Alla ricerca di emozioni, prima di qualsiasi risultato.

La bicicletta diventa lo strumento ecologico e “by fair means” per eccellenza che da sempre ci offre infinite possibilità.

Lunghe traversate, come quella che fece Bill Tilman, esploratore e alpinista inglese che nel 1929 dopo aver concatenato il Monte Kenya, Kilimanjaro e le leggendarie “Montagne della Luna”, non si accontentò di tornare in patria con un volo. Prese la sua bici e attraversò tutta l’Africa fino alla costa Occidentale dove si imbarcò per il Regno Unito.

Un altro esempio sono gli avvicinamenti alle montagne. Come Franz e Toni Schmid che partirono da Monaco di Baviera per arrivare a Zermatt, alla base dell’ancora inviolata parete Nord del Cervino. I due fratelli posizionarono la tenda sotto la parete e la notte del 31 luglio 1931 iniziarono la scalata sfruttando un canale che da sinistra saliva in verticale verso destra. Nei loro zaini avevano: due corde da 40 metri, 15 chiodi da ghiaccio e roccia, moschettoni, ramponi e picozza, due sacchi da bivacco in lino gommato, indumenti e provviste. Dopo aver scalato un’intera giornata su terreno misto si prepararono ad un inevitabile bivacco in parete. La notte passò limpida e gelida. Alle prime luci dell’alba ripresero la scalata e con un temporale in arrivo, nel primo pomeriggio, i fratelli Schmid conquistarono la parete Nord del Cervino.

È famosa la straordinaria e rocambolesca impresa di Hermanh Buhl che da Innsbruck percorse i 240 km che lo separavano dal Pizzo Badile attraverso il passo Maloja dove scalò in solitaria e in appena 4 ore (al tempo le cordate impiegavano almeno 2 giorni) la via Cassin sulla parete Nord Est. Sulla via del ritorno, in un tratto di discesa, si addormentò e finì nel fiume Inn dove, per poco, non annegò.

 

Il 16 Ottobre 1995 Göran Kropp partì da Stoccolma con una bici appositamente disegnata, carica di 108 kg di attrezzatura e cibo. Percorse 13000 km e arrivò al campo base dell’Everest nell’Aprile del 1996. Il 3 maggio raggiunse la cima Sud, 100 metri più bassa della vetta principale. Visto l’avvicinarsi della notte decise di non proseguire verso la cima e rientrare al Campo base. Nel 1999 tornò al campo base dell’Everest dove organizzò una spedizione per ripulire l’area dai rifiuti lasciati dalle spedizioni. Raccolsero oltre 25 bidoni e successivamente raggiunse la cima.

È evidente come dai primi del Novecento agli anni Sessanta la bicicletta sia stata utilizzata per necessità in quanto molti alpinisti non avevano altri mezzi per raggiungere le loro mete.

Oggi si utilizza per rendere più completa e sostenibile l’attività sportiva: l’atleta si misura con sé stesso senza il bisogno di utilizzare altri mezzi.

L’unico limite è la nostra fantasia e la nostra capacità di sognare.