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Il Tor des Geants: l’endurance trail più duro al mondo

Il Tor des Geants: l’endurance trail più duro al mondo

350 km di lunghezza e 24000 metri di dislivello postivo. Il Tor è un’esperienza di vita, una gara per pochi e un viaggio al confine di sé stessi per gli altri.

Alessio Vorti

04 Ottobre 2021

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Si snoda sulle alte vie numero 2 e 1 della Valle d’Aosta, sviluppandosi per 350 km di lunghezza e 24000 metri di dislivello postivo.

Quest’anno, dopo l’annullamento dell’edizione 2020 ho potuto realizzare la mia prima partecipazione a questo evento a cui tenevo da tanto tempo. Partecipare al Tor credo sia soprattutto consapevolezza di ciò che si va ad affrontare e forte convinzione di voler vivere questa esperienza. Perché in effetti il Tor è un’esperienza di vita, una gara per pochi e un viaggio al confine di sé stessi per gli altri.

Oltre all’allenamento necessario per affrontarlo, il Tor richiede molta precisione nella sua preparazione, nulla può essere lasciato al caso, si devono provare e conoscere tutti i materiali che si utilizzeranno, dal burro cacao alle calze, dalla giacca al buff, si deve considerare tutto ciò di cui si può aver bisogno per affrontare le imprevedibili situazioni che potrebbero capitare.

 

 

La mia voglia di partecipare al Tor nasce da lontano, dall’amore verso la Valle d’Aosta e le sue montagne, dalla voglia di mettermi alla prova in qualcosa che superi tutto ciò che fino ad ora ho provato, volevo farlo più di qualunque altra cosa.

Nel turbinio di emozioni che il Tor rappresenta, c’è anche la paura, si la paura e insicurezza della prima volta, che si mescola all’agitazione divenendo eccitazione man mano ci si avvicina alla partenza.

Non ho mai fatto pronostici di quanto tempo possa impiegare per finirlo, e credo che non servano soprattutto se si è alla prima partecipazione, qualsiasi calcolo può essere spazzato via da un imprevisto, e al Tor possono capitarne davvero tanti.

Nel percorso dopo una prima fase ci si stabilizza ad un certo ritmo, e i volti degli altri atleti dopo diversi chilometri divengono sempre più familiari, ci si supporta a vicenda e la condivisione della fatica annulla qualsiasi differenza, su quei sentieri siamo tutti uguali, tutti intimamente connessi dallo stesso desiderio di portare a termine la gara, ma allo stesso modo tutti straordinariamente sensibili verso gli altri.

Quasi tutti gli altri atleti che sono con me l’hanno già fatto chi 2,3, 4 o anche 7 volte, questo mi fa pensare di dover gestirmi nel migliore dei modi.

Alle basi vita, costantemente prima di qualsiasi cosa cerco lo sguardo di Bea, che mi sta seguendo in macchina, per me si sta girando tutta la valle d’Aosta, dormendo poco e sacrificandosi per darmi tutto il sostegno possibile.

Il mio Tor procede, colle dopo colle, la routine quotidiana si compone di basi vita, rifugi, paesaggi straordinari, notti la cui bellezza mi fa sentire un privilegiato per ciò che sto vivendo, poi arriva la pioggia, che ci accompagna per gli altri due giorni, con nebbia e vento, ma anche questo è bello, pure quando in un momento di forte crisi chiamo Bea al telefono per lamentarmi, lei mi dice di andare avanti, sta arrivando da Parma mia sorella con mia nipote di un anno, allora penso a loro e riparto perché ho voglia di vederli il prima possibile.

Al Tor il problema principale è il sonno, andrebbe un minimo programmato, c’è chi dorme 15/20 minuti con una certa frequenza e chi si concede più tempo. Io cerco di dormire quando il corpo me lo chiede e forse arrivo al terzo giorno avendo dormito troppo poco e le allucinazioni e i pensieri sconnessi si fanno sempre più frequenti, ma anche questo mi diverte, mi affascina come il cervello risponde a questa condizione.

Poco prima di Gressoney accade ciò che più mi ha penalizzato e messo alla prova in questa esperienza, una storta, uno stiramento al tibiale, dapprima un leggero fastidio al collo del piede destro mi inizia a tormentare, in base vita mi fasciano e riparto con speranza di poter gestire il problema, ma dopo aver raggiunto il Col Pinter capisco che non riesco a correre in discesa, impiego molto più tempo del necessario.

 

 

Il dolore aumenta, fino a quando inizio a zoppicare, discese e tratti pianeggianti diventano impossibili da correre e da camminare in modo composto.

Comprendo che purtroppo impiegherò molto più tempo per percorrere ciò che mi rimane, non posso prendere nulla per il dolore se non qualche aspirina.

Inizio seriamente a preoccuparmi di non riuscire a terminare il percorso, mi preoccupo del fatto che continuando possa peggiorare e aggravare la mia caviglia che nel frattempo si è gonfiata notevolmente.

Nello sconforto cerco comunque di pensare positivo, che il Tor è anche questo, che comunque, anche se lo facessi 100 volte, potrei avere 100 problemi diversi. Il tempo finale o la posizione non mi è mai importato più di tanto, per cui mi dico, anche se impiegherò di più, lo voglio finire, voglio arrivare, voglio farlo per chiunque abbia creduto in me, voglio finirlo per loro non solo per me, lo faccio per gli amici Fabrizio e Thomas che hanno dovuto fermarsi, per Bea e Valerio che credono in me più di quanto ci creda io.

Nella salita al rifugio Frassati sbaglio strada ben due volte per la poca lucidità, la stanchezza mi rende molto vulnerabile e in alcuni momenti dimentico quello che sto facendo fino a quando l’aria fredda del Col Malatrà mi sveglia.

Le ultime discese sono molto provanti, ormai non appoggio più il piede destro, la vista del monte Bianco mi dà coraggio, Courmayeur non è lontana.

La discesa dal rifugio Bertone si rivela assai antipatica, avrei preferito fare altre salite che non un metro di discesa ma incontro l’amico Pietro e mi trasmette tutta la sua forza. Raggiungo il parco Bollino di Courmayeur e un gruppo di bambini mi corre incontro urlando, mi fanno sorridere, mio padre mi segue per gli ultimi metri, attraverso il centro e l’arco di arrivo è sempre più vicino.

Per un attimo è come se fossi appena partito per questo viaggio, sento Sergio che mi incita, vedo la mia famiglia, mia mamma e mia sorella si commuovono e piangono, Bea mi corre incontro e mi abbraccia, è come se li avessi sempre avuti con me in ogni metro percorso, sono finisher.

 

Il Tor mi ha preso ciò che è giusto, ma ciò che ho ricevuto è infinitamente di più, il ritorno alla quotidianità mi è sembrato difficile perché vorrei che il Tor fosse la mia quotidianità, vorrei quei colli, il loro silenzio, la loro natura selvaggia; ma so che sono li ad aspettarmi per un altro viaggio.

 

VIVA IL TOR!