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Pigiama party, livello olimpionico

Pigiama party, livello olimpionico

All’inizio del lockdown girava una vignetta, che diceva più o meno così: “Avete sempre sognato di poter salvare il mondo vivendo in pigiama, sotto il piumone, ed ora che si può fare non vedete l’ora di uscire di casa”.

Valeria Barbieri

03 Luglio 2020

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All’inizio del lockdown girava una vignetta, che diceva più o meno così: “Avete sempre sognato di poter salvare il mondo vivendo in pigiama, sotto il piumone, ed ora che si può fare non vedete l’ora di uscire di casa”.

Diciamo che il sogno di vivere in pigiama, o per i più arditi in tuta da casa, l’abbiamo sperimentato, ed effettivamente abbiamo anche capito che non è proprio il massimo. Ma, per lo meno, sono tornati in voga i pigiama party. Io ne ho fatti diversi, con le mie amiche, collegate la sera ognuna sul proprio divano, con pigiamoni pesanti, di quelli sexy, con occhi e nasi rossi, e plaid sulle ginocchia. A dire il vero il primo pigiama party l’avevamo fatto quando ancora io stavo in Florida, perciò loro erano prese così, mentre io mi sono presentata in canottiera, super abbronzata perché eravamo appena tornati dal nuoto (da noi erano ancora le 5 del pomeriggio), con i capelli bagnati e gli occhiali da sole ancora sulla testa. In ogni caso, è stato positivo farli più spesso, rispetto al “prima”; un “prima” in cui erano più frequenti gli aperitivi post lavoro che duravano poi fino a ben oltre l’ora di cena, e che ancora ci mancano visto che non abbiamo ancora ripreso a farli; però i pigiama party hanno tutto un altro sapore.

In tutti questi anni, noi ne abbiamo fatto uno solo, poco prima che io mi imbarcassi in un trasloco in solitaria a febbraio 2019, lasciando l’appartamento in cui vivevo con Ale (che poi, dire che ci vivevamo “insieme” è relativo…). Ci serviva un modo per salutare degnamente quella casa, teatro di lunghe chiacchierate sul divano in salotto con tisane e calici di vino con le amiche. L’idea, ovviamente, non poteva che arrivare “dal basso”: cioè da un bambino. Da una bambina, ad essere sinceri, ossia mia nipote Vittoria, 6 anni, che un giorno se ne è uscita dicendo: “Perché non fai anche tu un pigiama party a casa tua? Tanto Ale…. Non c’è!”. Da lì abbiamo fatto un video “alle ragazze”, come le chiama lei, e ci ha organizzato tutto: l’unica cosa è che avrebbe voluto farci dormire tutte e quattro sul letto matrimoniale, mentre noi abbiamo saggiamente optato per usare anche il divano letto.

Oltre ai pigiama party con le mie amiche, con qualche incursione maschile di mariti e fidanzati, che si stupivano di come potessimo capirci in quattro parlando tutte insieme, ce n’è stato uno davvero insolito.

Io e Ale siamo stati invitati, un sabato sera, al pigiama party di una squadra di triathlon, il Cus Parma: gli atleti avevano dai 6 ai 9 anni! Le caratteristiche c’erano tutte: chi coi pop corn, chi col pupazzetto preferito, tutti in ciabatte e, ovviamente, pigiama… Alle presentazioni, non ho potuto evitare di dar loro subito una cattiva notizia: per un gruppo di bambini già esasperato dopo mesi di quotidiane lezioni online, non c’è nulla di peggio che trovarsi davanti un’altra maestra, anche il sabato sera!
Di sicuro il mio pigiama col procione peloso e i calzetti coi panda, uniti agli occhiali tondi che, come dice Ale, mi “tolgono un po’ di quell’aria seriosa”, li hanno aiutati ad accettare la cosa. Insomma, è stata decisamente una serata diversa, divertente, spassosa: i bambini, coi loro allenatori, hanno fatto un sacco di domande ad Ale, sugli allenamenti, sull’alimentazione, sulle Olimpiadi… Hanno capito la correlazione tra allenamento, impegno e risultato, hanno scoperto che il divertimento lo provano anche i grandi, facendo sport e gareggiando, e che non deve mai mancare per dare sempre la spinta che serve per portare a casa un allenamento, anche quando non si ha tanta voglia di farlo; perché sì, anche ad Alessandro Fabian capita di non aver voglia di allenarsi, qualche volta. Si sono rassegnati all’idea che, purtroppo o per fortuna, verdura e frutta servono per sviluppare un corpo capace di allenarsi e andare forte: sanno che Alessandro ne mangia a volontà, e io molto molto meno, e le differenze si vedono! Hanno capito che ok, ogni tanto ci stanno anche cheesburger e patatine fritte, ma che fatti in casa da mamma e papà possono essere ancor più buoni, e sani.
Abbiamo parlato di Olimpiadi: hanno spiegato cosa sapevano di questa parola che vuol dire tanto, ma spesso viene dimenticata, e ricordata solo ogni 4 anni… Hanno fatto emozionare Ale, senza neanche rendersene conto, con parole semplici:

Le Olimpiadi sono delle gare a cui vanno gli atleti più forti di tutti i paesi”,

Se ci vai è perché sei il più forte di tutti nel tuo sport, perché non tutti quelli che vogliono possono andarci”.

Cose banali, forse, ma che in un periodo in cui tutto sembra fermo, la qualifica olimpiaca “congelata”, la stagione forse completamente cancellata… beh, ricordarsi chi si è e da cosa si viene, una bella sferzata di energia la dà. Una bella sferzata di energia l’abbiamo data anche noi a quella squadra, facendo loro fare un mini triathlon indoor: 30 secondi di bracciate, poi a terra un minuto di “bicicletta”, coinvolgendo un fratello, un papà, chiunque ci fosse nei paraggi, e infine altri 30 secondi di corsa in tondo, o avanti e indietro in salotto. Quando io e Ale abbiamo deciso di fare questo gioco con loro, non ho potuto non pensare a mia sorella e a mio cognato, che ogni volta che andiamo a trovarli per un “saluto veloce” dopo cena, sanno già che i bambini si agiteranno non poco vedendo poco lo zio Ale, quando lui torna per loro è una festa: non fa in tempo ad entrare in casa, che già ne ha due addosso, e il terzo, che cammina ancora con passo un po’ incerto, arriva sgambettando aspettando il suo turno. Nel giro di tre minuti, di solito stanno già correndo tutti e quattro intorno al divano, poi Ale inizia a prenderne uno per i piedi e a lanciarlo in giro, l’altra che urla “Anche io!”, e via sopra a suo fratello, poi si accuccia e gli salgono sulle spalle, poi lui scappa e si ritorna a correre intorno al divano… Fino a che, dopo circa 10 minuti di delirio, la parola magica: “Eeeeeh ragazzi… DECOMPRESSIONE…”. E Ale che si fa serio: “Ok, bambini, sentito cosa ha detto la mamma? Adesso calmi, che dovete andare a letto”. E questi tre, già sudati e col fiatone, che lo guardano con un’espressione che esprime chiaramente la loro scarsissima intenzione di dormire, dopo quel gioco così entusiasmante e attivo. Proporre un mini triathlon casalingo durante il pigiama party poteva dunque non essere la nostra idea più brillante, ma dopotutto ci siamo detti: 1.sono tutti bambini triatleti, si divertiranno; 2.è sabato sera, se anche vanno a letto più tardi, domani recuperano, 3.i loro genitori non ci conoscono, perciò non possono fare come mia sorella che non vede l’ora di diventare zia per “vendicarsi” e restituirci tutti i vizi e le serate di agitazione che abbiamo provocato noi… Che poi mi viene da dire: ma un triatleta, di qualsiasi età sia, la conosce davvero la parola “decompressione”? Vedendo i piccoli del CUS Parma, iperattivi fino a tarda serata, mi sa proprio di no…