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Monica Nanetti, la ‘flâneuse della bicicletta’

Monica Nanetti, la ‘flâneuse della bicicletta’

“La cosa più difficile è capire che si è liberi di partire. Il resto è tutto in discesa”. Monica Nanetti è la personificazione che non è mai troppo tardi per abbandonarsi all’avventura e alla contemplazione di viaggio. E sulle due ruote è ancora più divertente.

Silla Gambardella

17 Ottobre 2022

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Monica Manetti – milanese, sessant’anni, giornalista freelance – ha raggiunto questa consapevolezza ‘viaggiatrice’ in età matura (55 anni), quando la figlia era ormai grande (e fuori casa) e il lavoro non le dava più le soddisfazioni di una volta. Allora ha fatto le valigie (che per lei sono borse da bikepacking), è montata in bici (e per lei è stata la prima volta in assoluto!), ha iniziato a pedalare e ci ha preso così tanto gusto che non si è più fermata. 

Nel 2017 ha percorso tutto il tratto italiano della via Francigena, circa 1000 km dal passo San Bernardo a Roma. E nel 2022, in occasione del suo sessantesimo compleanno, si è sciroppata tutta l’Europa, su fino in Scozia e poi ancora giù di ritorno a Milano, un po’ in treno e un po’ in Brompton, regalandosi due mesi di avventure in 8 paesi. 

Monica, non è da tutti scoprire la bici a 55 anni e avventurarsi subito in un viaggio da 1000 km… 
Già. Tutto è nato da una crisi di mezza età. A 55 anni stavo vivendo una fase un po’ così: i figli che escono di casa, il lavoro fermo che non va né bene né male, tutto era un po’ fermo, mi sembrava di girare a vuoto, come un criceto sulla sua ruota. Per interrompere questa fase di malumore totale, mi sono detta: “Facciamo qualcosa che non ho mai fatto”. Tanto per dare una scossa alla vita.
Io non sono mai stata una grande sportiva, ma mi è sempre piaciuto muovermi per viaggiare. E durante un mio viaggio di lavoro ero finita sul Passo San Bernardo e lì avevo conosciuto l’esistenza della via Francigena. Mi sono detta: “Tutti conoscono il Cammino di Santiago, io resto in Italia e faccio la Francigena”. Ma dopo aver comprato una guida, mi ero accorta che per farla a piedi mi sarebbero serviti 45 giorni. Per me erano troppi. E allora ho pensato: “Perché non farla in bici?”.
Io la bici l’avevo sempre e solo usata per andare al mare in spiaggia o per fare la spesa in città. Negli ultimi anni non l’avevo più usata nemmeno per quello. Era dimenticata in cantina. Però, piuttosto che camminare, in sella sarei stata sicuramente più veloce. Anche a patto di spingere la bici in salita (lo avevo messo in conto!). E così sono scesa in cantina e ho rispolverato la mia vecchia citybike.

Pronti, via? 
Durante i miei preparativi, sono riuscita a coinvolgere anche una mia amica, anche lei con esperienza zero. E così abbiamo deciso di partire insieme. È stato a maggio 2017. Prima di allora, ci siamo anche allenate insieme. Ma l’itinerario più lungo che avevamo pedalato era stato di 5 ore sulla Martesana. Eravamo totalmente ignare di cosa saremmo andate incontro, ma eravamo animate da questa nostra serenità di fondo nel dirci: “Cosa vuoi che ci succeda? Alla peggio telefoniamo a qualche amico o parente e chiediamo che ci recuperi e riporti a casa”.

E invece siete arrivate fino alla fine. 
Con la bici è stato amore dal primo minuto. C’è da dire che abbiamo avuto la fortuna del dilettante. In 17 giorni, non abbiamo mai visto una goccia d’acqua, mai avuto una foratura. Siamo arrivate che non eravamo nemmeno troppo stanche. Il corpo si abitua a tutto. E intanto dentro di me è nato il grande amore per la bici e per i viaggi lenti. 

Che oggi racconti e condividi anche nel tuo blog, “Se ce l’ho fatta io”.
Anche se non era nelle mie intenzioni fare un blog. Vuoi sapere come è nata la cosa? Quando annunciai la mia idea di partire in bici, metà dei parenti mi disse: “Sei pazza, morirai”. L’altra metà invece mi incoraggiò: “Fantastico Vai e divertiti!”. Io, per rassicurare tutti quanti, prima della partenza avevo promesso di aggiornare quotidianamente il mio profilo Facebook con foto e video per fare sapere dov’ero, come stavo e cosa facevo. E proprio su Facebook, giorno dopo giorno, mano a mano che pubblicavo i miei post, mi rendevo conto che venivo seguita da gente che non conoscevo. Avevano cominciato a scrivermi donne della mia età: “Non sai quanto mi ispiri, mi dai entusiasmo, ora capisco che anche io posso fare qualcosa per me”. Io ero partita per fare una cosa per me, non per incoraggiare gli altri. Ma a quel punto ho sentito la necessità di condividere le mie avventure. E così è nato il blog  Se ce l’ho fatta io e il mio diario di viaggio è diventato più strutturato. 

Il payoff del tuo sito è: “Sogni. Ci provi. Ti piace. Ripeti.” 
È la mia filosofia di viaggio. Ti viene anche con l’età. Quando sei più giovane, un po’ non sai neanche tu chi sei, un po’ devi farti capire dagli altri chi sei. E allora hai bisogno di identificarti in qualcosa. E così ti poni degli obiettivi e ti preoccupi di raggiungerli. Se sei giovane e affermi al mondo: “Faccio la via Francigena!”, e poi fallisci, che figura ci fai? A 50 anni hai capito chi sei, non hai bisogno di affermarti. Quello che fai, lo fai solo per te. Arrivi alla fine della via Francigena? Bene. Non la finisci perché, strada facendo, scopri che non è interessante, non ti piace, è troppo difficile? Nessun problema. Questo processo ti viene più facile a una certa età. 

E a proposito di età… i tuoi sessant’anni sono stati l’occasione per un nuovo viaggio. Ci racconti del tuo “60×60”?
Mancavano pochi mesi al mio sessantesimo compleanno. Quando ci pensavo, mi dicevo: “Oddio! Gli anni avanzano. Cominciamo a pensare le cose positive del compiere 60 anni”.
Beh, non me ne veniva in mente neanche una.
Poi però avevo scoperto che la tessera dell’Interrail torna a essere scontata per chi ha compiuto 60 anni. Dico “torna” perché è scontata anche per i giovani under 26, ma io ai miei tempi avevo perso quell’opportunità. Mi sono detta: “Ho una seconda chance. Stavolta la colgo subito”. Però mentre stavo per pianificare l’itinerario, ho pensato: “Mmm… Tutto in treno, è un po’ claustrofobico. Visto che mi piace la bici, posso fare dei pezzi pedalando e altri in treno”.
Poi ho realizzato anche che portare la bici in treno non è sempre semplice (in passato ho avuto anche esperienze spiacevoli). E allora ho maturato l’idea di usare una pieghevole. E ho acquistato una Brompton.
Ho raccontato l’idea a un mio amico, che mi ha suggerito di moltiplicare il divertimento del viaggio: “Fai un giorno di viaggio per ogni anno che compi”. E così mi sono presa due mesi della mia vita e mi sono fatta questo regalo.

Secondo il tuo piano iniziale, avresti dovuto percorrere circa 2700 chilometri in bici e altri 4400 chilometri in treno.
Poi qualcosa è cambiato. Ora ti spiego. Avevo creato un itinerario con una serie di punti fissi. Ad esempio: avevo un’amica a Londra che mi avrebbe ospitato lì, ma c’era solo fino a una certa data, quindi avrei dovuto essere in Inghilterra entro un certo timing. Avevo quindi alcune “boe”, città che avrei dovuto raggiungere per tempo, ma tra una “boa” e l’altra ho lasciato che fosse tutto molto flessibile. E col senno di poi è stato un grande vantaggio, perché è successo di tutto e ho dovuto improvvisare molto.

Raccontaci.
In viaggio mi sono resa conto che quando scegli di seguire una ciclovia, devi fare caso ai dislivelli, alla distanza, ai posti dove dormire… ma devi anche stare attenta a quanto siano interessanti i paesaggi, perché se diventano troppo monotoni, se ti infili dentro a una ciclabile con lo stesso scenario per chilometri e chilometri… anche no, grazie.
L’idea originaria era di percorrere tutta la Veloroute du Mer, da Sete, in Francia, fino a Bordeaux, sull’Atlantico. Arrivata a Tolosa, ne avevo le scatole piene. Era tutta uguale. Canale, piccoli paesi, houseboot, chiuse. E ancora: canale, piccoli paesi, houseboot, chiuse. Sembrava di essere su un tapis roulant.Così, arrivata a Tolosa, ho preso il treno e sono sbucata sull’Atlantico, ma più a sud di Bordeaux, che ho poi raggiunto pedalando lungo la Ciclovia Atlantica. E quella sì che è stata spettacolare. Non era prevista, ma è stato un cambiamento in corsa.
Poi dal giorno 1 al giorno 60 ho avuto problemi a trovare da dormire (io non prenoto mai nulla in anticipo, sempre per il principio di flessibilità). E per trovare una struttura disponibile, in certi casi ho dovuto uscire dall’itinerario che stavo seguendo, prendere il treno, portarmi in un paesino per dormire, e poi riprendere il treno la mattina dopo per ritornare sulla mia traccia. La ciclovia Parigi-Londra (stupenda, la consiglio a tutti!) l’ho praticamente fatta tutta così, zigzagando!
E infine c’è stato anche un imprevisto: arrivata a 30 km da Londra, sono caduta e mi sono rotta un polso. I primi tempi dopo la botta ho girato solo in treno. La Scozia, ad esempio, l’ho scoperta interamente in interrail. Non è bello rompersi un polso, ma è stato bello avere sempre questa flessibilità in viaggio.
A conti fatti, i chilometri in bici sono stati “solo” 1600, quelli in treno 4600. 

A proposito di bici, che rapporto hai con la tua Brompton?
Io sono molto animista. Tutte le mie bici hanno un nome. La Bromton si chiama “Lady B”. Che ricorda Lady D. D’altronde, è una bici inglese. Quando sono a casa, me la tengo sotto la scrivania. C’è un rapporto affettivo, dopo tutti i chilometri che ci ho fatto. La curo (Mmm… Ok, diciamo che la faccio curare, perché io sono una bestia dal punto di vista meccanico). E le parlo. Quando nessuno sente (si spera).
Quando stai via da casa per così tanto tempo, la tua bici diventa la tua casa. La borsa da 25 litri era il mio armadio. Tutto il mio mondo era lì dentro. 

E quando si torna a casa? Si dice che da un viaggio si torna sempre un po’ diversi da quando si è partiti. Tu come sei cambiata?
Sono cambiata sì e no. Nel mio 60×60, che è stato lungo e ha avuto momenti difficili, ero da sola, e mi sono guardata molto dentro. Mi sono confrontata con situazioni inedite e complicate e per forza di cose mi sono trovata a esplorare parti nascoste del mio carattere. Mi sono conosciuta meglio. Questo durante il viaggio. Al mio ritorno, invece, mi sono portata l’insegnamento di regalarmi le cose che mi piacciono. Come la libertà di lasciare tutto e tutti per qualche settimana e partire. Non costa niente a me e nemmeno agli altri. Eppure spesso è difficile farlo. Viviamo intrappolati in una gabbia che ci siamo fatti su misura: il lavoro, le scadenze, le incombenze… sono tutti alibi che sfoderiamo semplicemente perché abbiamo paura di uscire là fuori e provare qualcosa di nuovo. Ma è stupido negarsi questo regalo, perché là fuori ci può essere l’avventura più bella della nostra vita ad attenderci. 

Quindi sei già pronta per il tuo prossimo viaggio?
Quasi. Sto già pensando al viaggio della prossima primavera. Ho diverse idee. Devo capire quale scegliere. O forse, come collegarle tra loro. Vediamo.

Silla Gambardella

Autore del Manuale completo per viaggiare in bici