Le emozioni che si provano correndo

Le emozioni che si provano correndo

Mauro Maiolli

Mauro Maiolli, raccontandoci una delle sue imprese, ci incita a tenere duro.
Arriveremo al traguardo di questo periodo difficile.

8 Aprile 2020

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Sta andando tutto bene, anzi, sta andando ancora meglio del previsto.

Un sole stupendo di primavera illumina le colline della toscana, campi di grano e piccole chiese isolate si susseguono una dopo l’altra. Sembra l’ambientazione di un film medievale, sto correndo da poco meno di quattro ore, sono le dieci del mattino e mi trovo quasi al quarantesimo chilometro.

Sta andando tutto talmente nel verso giusto che riesco a tenere le prime posizioni senza neanche spingere troppo.

Ho già passato due punti di ristoro ma sono talmente preparato ed ho cosi chiara la mia strategia, che non devo neanche fermarmi a fare rifornimento. So benissimo che non sono arrivato ancora neanche a metà gara, ma sto correndo con il sorriso ed ho solo sensazioni positive, se continua cosi, sarà sicuramente un successo.

Mi sento così bene che decido addirittura di forzare un pò il ritmo, e proprio mentre prendo velocità in una ripida discesa, iperestendo la gamba destra. Un dolore lancinante parte dal ginocchio e mi arriva dritto al cervello, rallento, inizio a camminare, mi fermo.

In questo momento sono in seconda posizione ad una decina di metri dal primo, ma sto perdendo terreno e piano piano lo vedo sparire davanti a me. Tra circa dieci chilometri c’è il punto di ristoro di metà gara, non ho scelta, lo devo raggiungere e poi decidere cosa fare.

Camminando vengo superato da diversi atleti ed inizio a prendere consapevolezza che molto probabilmente sarò costretto ad abbandonare. Sto zoppicando vistosamente, tutto d’un tratto quello che prima era positivo, ora è diventato negativo, tutto quell’entusiasmo si è trasformato in tristezza e  tutte le mie certezze sono diventate macigni da portare sulle spalle.

Arrivo finalmente al punto di sosta, bevo rapidamente un bicchiere d’acqua e cerco una sedia. Prima di trovare qualcuno dell’organizzazione per comunicargli il ritiro, mi ricordo che qui avrei trovato uno zaino con qualche effetto personale che avevo lasciato alla partenza.

Così, nonostante la mia gara sia praticamente conclusa, decido ugualmente di cambiarmi ed appena indosso intimo e maglia asciutta, una sensazione di benessere mi avvolge completamente. Quell’odore di casa mi da una spinta mentale incredibile. Ora il dolore si è anche leggermente affievolito e voglio fare un ultimo  tentativo.

Mi alzo, faccio un passo, poi due, poi tre, ma niente, quel maledetto fastidio è ancora li, oltretutto mancano più di 50km e 3000 metri di dislivello al traguardo. Sono fermo da quasi 10 minuti, una manciata di corridori mi hanno raggiunto, si sono cambiati e sono ripartiti.

La situazione in questo momento da difficile è diventata irrecuperabile, sono rassegnato alle circostanze e decido di chiamare la mie bambine che sono rimaste a Roma con i nonni per condividere con loro quello che sta succedendo. Risponde mia figlia più piccola, ha poco più di sei anni ed appena sente la mia voce mi dice: “papà hai vinto?” D’altronde cosa ne può sapere una bambina di tutte le variabili che ci sono in una gara di endurance, per un figlio un genitore è sempre l’eroe più forte di tutti.

Le rispondo sorridendo che no, non ho vinto, che sto bene, ma mi devo fermare perché ho un problemino al ginocchio. Lei, nella sua ingenua saggezza, mi fa notare che, come gli ho insegnato io, non è vincere la cosa importante, ma dare sempre il massimo.

Le sue parole mi fanno riflettere molto, penso che ha ragione, che devo superare il dolore e dare veramente tutto quello che ho.

Controllo la mappa del tracciato, da me all’arrivo ci sono ancora tre punti di ristoro e mi convinco che  per ritirami ci sia ancora tempo. Mangio al volo quello che riesco e decido di ripartire.

Passa il tempo e passano i chilometri, settanta, ottanta, novanta, affronto la strada un passo alla volta e mi ripeto ad ogni chilometro che mi ritirerò a quello successivo. La sua voce mi rimbomba in testa come un martello pneumatico, il dolore ora si confonde alle emozioni e non riesco più a distinguerlo.

Penso a chi crede in me, ai miei amici, a mia moglie, alle mie figlie e a tutto quello che ho fatto per essere li. Sono passate poco più di otto ore dalla mia telefonata e ormai sento la musica del villaggio dove c’è mia moglie ad aspettarmi.

Mentre affronto l‘ultimo tratto del percorso la mia testa è come se fosse dentro ad una lavatrice, gioia e dolore sono diventate tutt’uno. Nel frattempo sono anche riuscito a recuperare qualche posizione, ma ora il piazzamento è l’ultima cosa che mi interessa.

Avvicinandomi all’arrivo mi sento ripagato di tutte le difficoltà e tutto il dolore che ho dovuto superare in quelle dodici ore. Il traguardo tanto sognato rappresenta la fine di un percorso bellissimo, che mi ha fatto riscoprire per l’ennesima volta il motivo per il quale amo correre.

Anche questa volta il viaggio si è rivelato molto più emozionante della destinazione.

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Bell'articolo. Io, quando qualcosa va storto, anche in allenamento (stomaco, intestino, dolori muscolari o articolari, vesciche,...) mi ripeto sempre: "Ok. Di più non puoi fare. Cerca almeno di portarla a casa!". Una volta, ho letto da qualche parte che la corsa ti fa allenare anche a soffrire. Devi "saper" soffrire quando tocca a te.

Davide Calzolaro - 2020-07-13 17:22:51

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