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Dall’Himalaya a Bicinrosa, storie di ordinaria passione ciclistica…

Dall’Himalaya a Bicinrosa, storie di ordinaria passione ciclistica…

Marco Benedetti – Scuola Formazione & Ricerca MySDAM Quando sei in griglia per la partenza di una maratona, piuttosto che […]

Redazione ENDU

26 Ottobre 2017

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Marco Benedetti – Scuola Formazione & Ricerca MySDAM

Quando sei in griglia per la partenza di una maratona, piuttosto che una gran fondo ciclistica, ci si ritrova involontariamente immersi in un grande confessionale dove nei minuti di attesa del colpo di pistola, fianco a fianco con gli altri atleti si condividono storie, ricordi, sensazioni, suggestioni della propria passione sportiva. La stessa sensazione, pur senza dorsale ma in rigorosa maglia rosa, la si ha passeggiando sul prato dello stadio “Nando Martellini”, un cielo grigio coloro granito per nulla rassicurante, poco prima della partenza della I edizione di Bicinrosa, “Nessuno perde. Tutti vincono!” si legge sui vari manifesti del villaggio di partenza che vede oltre 300 adesioni.

Tra gli organizzatori, Claudia Salvi, coordinatrice del Centro Europe Direct di Roma, tante storie di sport e bicicletta, tutte illuminate da un sorriso contagioso.

Cosa ha rappresentato lo Sport nella sua vita?

Onestamente devo dire che mio fratello e io siamo stati le vittime inconsapevoli di nostro padre, medico e sedentario pentito, che una volta genitore ha iniziato a “usare” noi per fare sport insieme. Quindi a 3 anni in acqua, 5 anni sulla bicicletta, poi sulla neve. La nostra emancipazione sportiva alle scuole elementari, quando la bicicletta ha preso il sopravvento sulle altre discipline. Le estati al mare erano l’occasione per sfuggire al controllo dei genitori e avventurarsi fino alla foce del fiume Garigliano, al confine tra Lazio e Campania, un percorso fantastico di una decina di chilometri senza poter nulla raccontare agli adulti, per la paura di vedersi sequestrate le biciclette. Età media di queste carovane ciclistiche tra i 9 e i 13 anni, impensabile ai giorni nostri che dei genitori lascino andare dei bambini così piccoli in bici lungo l’argine di un fiume, fiume meraviglioso dal punto di vista ambientale ma dalla sinistra fama, visto che nel 1503 vi annegò Piero de Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico!

Dal Rinascimento dei Medici a Cambridge, come è poi continuata l’avventura in bici?

Le estati da spiaggia sono divenute mesi di studio in Inghilterra, a Cambridge dove, pur con un efficace trasporto pubblico, appena arrivati l’università assegnava a tutti gli studenti un tutor e una bici, e non c’era meteo o colline che tenessero. Poi il passaggio alla bici da corsa per ragioni, diciamo, sentimentali e quindi le prime trasferte nel cuore dell’Europa, nelle Fiandre dei muri e del pavè, fino a quando mi sono avvicinata alla MTB. Ecco, forse sarebbe stato meglio rimanere su strada…

In che senso?

Nel senso che a inizio anni Duemila, uno doveva iniziare sportivamente il nuovo Millennio alla grande, e così mi sono data nuovi obiettivi ciclistici, tra questi provare l’off road. E così mi sono imbattuta nell’offerta di un agenzia inglese che promuoveva un tour sperimentale sull’Himalaya, e cercava 6 persone per testarlo. Detto fatto e ci siamo trovati in India, nella regione di Ladakh, tra le catene montuose del Karakorum e dell’Himalaya, punto di partenza la città di Leh, dove conosciamo le due guide, onestamente poco consapevoli sul tipo di tour che ci attendeva. Prima una decina di giorni di MTB su sentieri a 3.500 metri di altitudine, poi il tour vero e proprio con una decina di tappe con valichi a 5.300 metri, salite non terribili a dire il vero, abbastanza pedalabili con un 7-8% di pendenza, ma l’altura e la mancanza di ossigeno si facevano sentire (per chi è stato sullo Stelvio, 2.700 metri, pedalare al doppio di altitudine! NdS).

Torniamo in pianura, torniamo a Bicinrosa.

Prima però un’altra montagna mistica, l’Ararat al confine tra Turchia e Armenia, dove ero andata a pedalare nell’estate del 2015. Prima di partire gran mal di schiena, pedalo in Armenia mi sento perfetta. Al rientro in Italia i dolori erano insopportabili, inizio con le visite mediche, indagini sempre più approfondite, poi nell’autunno la scoperta: ho un tumore al seno. Parlando con i medici faccio presente che nei giorni di sport in bici mi sentivo meglio e allora dopo due anni di cure, in aprile di quest’anno nel team medico mi convincono a condividere la mia passione per la bici con altre persone, malate e non. Prende forma l’idea di Bicinrosa, la prima edizione in ottobre, il mese della prevenzione del tumore al seno.

In che senso i medici l’hanno convinta?

Appena scoperta la mia malattia, appena iniziate le cure, nel tempo libero proprio non avevo voglia di stare con altre persone malate, iniziative come Race for the Cure mi facevano sentire a disagio e mi lasciavano del tutto indifferente. Poi un poco alla volta, ho capito l’importanza di sensibilizzare le donne e la popolazione in generale sull’importanza dello Sport come prevenzione alle malattie, partendo dal tumore al seno che in Italia interessa 47.000 donne. Poi da europeista convinta ho voluto dare visibilità alle politiche dell’Unione europea in termini di promozione di corretti stili di vita.

Mancano ormai pochi minuti alla partenza di Bicinrosa, un ultimo pensiero prima di pedalare?

Che non piova e tutti si divertano portando con gioia il messaggio di prevenzione.

Da lontano si sente al microfono il saluto degli ultimi ospiti intervistati dallo speaker, tra questi un euforico Fabrizio Frizzi, avidissimo di dettagli tecnici sulle bici presenti, poi tutti in sella per Roma secondo un itinerario circolare di circa 7 chilometri, pianeggiante… per questa edizione, nonostante i sette colli, niente Himalaya!

La carovana rosa esce dallo Stadio, e anche il sole esce dalle nuvole a portare il suo saluto a Bicinrosa, buona la prima!