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Cronache dal bordo vasca: tornare a gareggiare!

Cronache dal bordo vasca: tornare a gareggiare!

Martina Benetton ci racconta il suo rientro alle gare master, da atleta e parte dello staff. Si procede nonostante tutto in un a differente normalità.

Martina Benetton

23 Febbraio 2021

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Venerdì sera pre-gara.
Penso a ciò che mi aspetterà nel weekend e realizzo di aver fatto una cavolata.

La cavolata ha un nome, o meglio, un numero: 800 metri stile.

In condizioni normali sarebbe stata una gara abbastanza normale, una delle Mie gare si potrebbe dire.

Oddio, in fondo poteva andare peggio, potevano essere i 1500 m!

Il punto è che di normale non c’è nulla.

Veniamo tutti dall’anno un po’ così che tutti sappiamo a causa emergenza Covid-19 e non ne siamo per nulla fuori. Aggiungiamo che io venivo da un anno di stop quasi totale per merito dell’arrivo della cicogna. Tirando le somme, due stagioni e mezzo andate senza neppure accorgersene.
E vabbè, eccoci qua.

Domani mattina si torna a gareggiare.

Sveglia. Colazione. Vestiti. Controllo borsa. Ok, andiamo.

La normalità di un Campionato Regionale Master sarebbero stati circa 1200 atleti, sarebbe stata una vasca diversa da quella di oggi, sarebbe stata condivisione, assembramento (che suono strano adesso!), startlist, spogliatoi, prechiamata, chiacchiere e abbracci tra amici di acqua, la lunga attesa del proprio turno, concentrazione, arrivo in vasca e riscaldamento in libertà, ricerca di uno spazio libero in tribuna o piano vasca, riscaldamento affollato, sguazzata di defaticamento post gara, doccia, phon;,festa, medaglie, pranzo e cena in compagnia, ore in piscina, spettatori e tifo.

La nuova realtà invece prevede circa 400 atleti, un quarto rispetto al pre-covid, distribuiti in 6 sessioni e due giornate di gara. Mascherina, accessi contingentati e ben organizzati in sessioni chiuse. Autodichiarazioni, gel igienizzante, misurazione temperatura, distanziamento, passaggio rapido in spogliatoio, meglio evitarlo! Sacchetti monouso, quelli della spazzatura in cui chiudere tutto: dai propri vestiti in armadietto, al proprio zaino in piano vasca, alle proprie cose personali sulla sedia durante la gara. Volti nascosti da mascherine di ogni genere. Gare con le batterie già formate, rispetto dei protocolli, il piano vasca che sembra vuoto, percorsi di entrata e uscita da rispettare, costumoni che non si è più abituati a indossare, niente tifo, neppure i tuoi compagni di squadra, magari hanno gare in sessioni diverse. Sanificazione di tutto: panche, armadietti, porte, sedie, tribune, sedie pre-partenza e blocchi di partenza inclusi, no! Non sanificare anche me per favore, fidati!

Ma il bello in tutto ciò è che ci siamo! Si riparte, o almeno ci si prova.
Si tenta di tornare a fare qualcosa che per noi era normale, anche se non si può fare nelle condizioni a cui eravamo abituati prima, ma si può fare.
Si può fare sport in sicurezza.
Forse pochi eletti sì, ma con le garanzie che ci vengono richieste, iscrizioni a società e certificato medico agonistico.

Sotto alcuni punti di vista non piacerà a nessuno, non ci abitueremo mai, vorremmo tornare al pre-covid alla nostra normalità, si sa, ma l’unica cosa che possiamo fare è rispettare le regole andando avanti come ogni sportivo sa fare, con pazienza, in attesa di uscire da questo tunnel.

Il tunnel però è ancora lungo quindi meglio darsi da fare ed adeguarsi.

Rivedere gli amici di nuoto è comunque bello, mascherati e a distanza certo, ma sorridenti, lo si vede dagli occhi.
Il bello è vedere che la performance mai come in questo momento è passata un po’ in secondo piano. Per tutti l’importante era esserci, tornare a gareggiare, qualsiasi sia la condizione di allenamento che si stia vivendo.
Qualsiasi siano i pensieri, perché diciamolo…di ‘sti tempi chi non ha pensieri?

Il bello è riassaporare l’emozione della gara. L’attesa, l’ansia, la preoccupazione, la fatica, la gioia, la delusione, il sollievo, il dolore, il brivido, la competizione, la sorpresa.

E così, si torna a gareggiare.
Era da un anno esatto che non facevo questa distanza in gara, l’ultima volta erano proprio i campionati regionali dello scorso anno, quando nessuno avrebbe mai immaginato ciò che sarebbe successo a distanza di pochi giorni.
Comunque eccoci qua.

Riscaldamento fatto, 1,2 km se ho contato bene (perdo sempre il conto) ma in ogni caso mi devono bastare perché il tempo stringe. Siamo in pochi e devo scappare a mettere il costumone.

Mi asciugo al meglio possibile e iniziamo la prima fatica, pian piano tiro su il mio costume da gara e mi sistemo. Vado in zona partenza.
Nelle gare lunghe l’attesa tra una batteria e l’altra dà tutto il tempo di prepararsi fisicamente e mentalmente alla gara, di trovare la concentrazione, di pensare a come nuotare, come passare, ipotizzare un tempo soglia che definisca una prestazione buona da una cattiva, e pensare a come non morire.
Chi fa questo tipo di gare, vive da sempre un piano vasca diverso da ciò che vivo gli altri, un’atmosfera quasi intima, tra amici, di quiete, un momento tra pochi eletti alle fatiche più fatiche del nuoto in vasca.

Ok, ci siamo, seguo la fila con distanziamento di sicurezza e mi fermo alla corsia 6. Ok, forse ho esagerato a mettere questo tempo in iscrizione: se mi viene una gara decente, questi delle corsie accanto mi odieranno tutti.
Mi conoscono già tutti bene, sanno cosa potrei valere in termini di prestazione…ma in questo momento sono io che non so che cosa valgo, che cosa saprò tirar fuori.

Il giudice passa a controllarmi il cartellino, rituale da pochi secondi, siamo tutti in regola ovvio e poi mi conosce da anni. Si ripone tutto dentro al sacchetto, in tempi di Covid mai lasciare nulla in giro. Un conoscente dello staff passa in versione Ghostbusters a sanificare i blocchi di partenza.

Occhialini, cuffia, posizione blocchetto, tre fischi, fischio lungo, salgo sul blocco.
A posto.
Congelo il mio corpo, immobile nella posizione di partenza.

Beeeeeeep.

Parto, parto piano, va là, che la gara è lunga e non so in che condizioni io sia. Parto piano ma vado, vado, vado…e dopo pochissime vasche, sono già da sola.
Mi concentro sulla mia bracciata, sul non perdere il conto delle vasche, ma a metà gara inizio ad esser stanca. Gli 800 m sono una gara di testa, non devo perdermi adesso.
Mi pongo un obiettivo: visto che ci sono, vediamo se riesco a doppiarli.
E incredibilmente tengo il passo, e li riprendo tutti. Virata dei 700 metri, sento il fischio lungo del giudice che mi avvisa che ormai ci siamo, sono le ultime due vasche. La penultima vasca la subisco un po’, ma mi convinco a provare una progressione nella vasca del ritorno: non posso mica buttar via la gara ora che siamo alla fine, voglio una prestazione almeno decente, me lo sento che tanto male il mio tempo non può essere. Ultima bracciata e tocco la piastra.

Sollevo gli occhialini, alzo lo sguardo al tabellone dei tempi. Vedo il mio nome, vedo i secondi e i decimi, ma non i minuti. Ho la testa del giudice in mezzo. Penso, boh, forse 11.16? Mi sembrava di esser stata sotto gli 11’ sinceramente. Ricerco il tabellone dei tempi, ed ecco la conferma alle mie sensazioni: 10’16”…oh, già meglio! Così si ragiona!

E sì! Sono soddisfatta!
Certo non è il mio personale, non ci sono neppure vicina al mio personale master, ma erano altre epoche e questo è un ottimo punto di ri-partenza che mi fa capire che sì, so ancora nuotare.
E per la testa questo non è poco. Mi fa capire che sì, in stagioni normali, condizioni normali e con la testa giusta, posso tornare ai miei vecchi tempi.

Nell’attesa dei miei compagni di gara, incrocio lo sguardo di amici nuotatori che attendono il loro turno ai blocchi, immersi nei loro pensieri pre-gara trovano il tempo di farmi i complimenti e chiedermi come sto; in epoca pre-covid d’istinto avrei subito cercato per primo lo sguardo del mio compagno di vita, nuotatore anche lui, e il suo commento, ma oggi non c’è, gareggia in un’altra sessione e quindi cerco lo sguardo di un’amica che è qui nello staff della manifestazione, anche lei mi sorride e fa un cenno di approvazione.

Direi che me la sono cavata.

In fondo mi sa che questa sarà sempre una delle mie gara, mia croce e delizia.
Tante soddisfazioni, tanta felicità, ma anche tanta fatica e arrabbiature. Come negli amori, quelli più puri.

Ora mi rilasso, potrei dire di aver finito ma mi trasformo in versione “staff” per la manifestazione e do una mano a far si che tutto vada bene, che si svolga tutto in sicurezza perché anche questa è passione. Cerco di far qualcosa per far sopravvivere questo mondo, per non arrendersi a questo momento.

C’è solo da applaudire e sostenere l’organizzatore (e lo staff che lo aiuta) per aver reso possibile tutto ciò, per aver reso possibile una competizione di questo tipo; per essersi preso l’impegno gravoso di pensare e predisporre tutto nei minimi particolari; per permetterci di nuotare in sicurezza; per la voglia di dare un segnale, di speranza, di ottimismo, di ripartenza.
Sempre in nome di una passione di nome Nuoto, non di certo per lucro (che di questi tempi neppure le spese si riescono a coprire).

Ah giusto, nel tardo pomeriggio avrei anche l’altra gara: un semplice 200 stile, che di semplice non ha nulla. Ma sono solo 4 vasche, in qualche modo spero di portare a casa decentemente anche quelle.

Queste gare ai tempi del covid.

Sembra strano, tutto diverso, tutto più faticoso ma in realtà è sempre tutto uguale!

Sempre la solita bellezza che infiamma il cuore degli sportivi.

Lo sport che da vita.

Riaprite Piscine e Palestre, please!