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Avversario e complice

Avversario e complice

Quando ho cominciato a correre, con una frequenza che mi permetteva di dire che avevo cominciato a correre, cioè almeno […]

Il Turbolento

21 Aprile 2015

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Quando ho cominciato a correre, con una frequenza che mi permetteva di dire che avevo cominciato a correre, cioè almeno tre volte la settimana, nella mia testa aleggiavano fluttuanti le mie grandi ambizioni, che inizialmente erano davvero modeste: “riuscirò a correre 5 km senza fermarmi!”, “scenderò sotto i 7 minuti al km!” Terribilmente modeste a guardarle oggi…

Poi col passare del tempo e dopo esperienze varie e allenamento ho cominciato a delineare avversari più importanti: “farò una mezza!” e ancora di più, la classica: “il mio obiettivo è la maratona!” Consapevole dei miei limiti tecnici, anche dati dal fatto che la corsa è diventata importante per me solo dopo una certa età, i miei avversari non sono mai stati gli altri concorrenti (oggi sono generalmente nella media come prestazioni) ma più che altro le competizioni in sé. La mezza maratona è stata una brutta bestia per quasi anno e la maratona, una volta raggiunto l’obiettivo di correrla per intero, mi ha angosciato con la continua ricerca di limare il più possibile il mio modestissimo personale (ma che per me è un tempo eccezionale). Mi rendo conto solo oggi che i miei avversari erano le corse stesse e, in alcuni casi, il cronometro, come se correre due minuti più veloce una competizione di 3-4 ore fosse un caso di vita o di morte. Probabilmente anche per questo fatto ho cominciato ad amare il trail running, correndo solo pochissime gare su asfalto e per lo più con l’unico scopo di allenarmi. Oggi faccio quasi esclusivamente ultratrail, con fortune alterne, ma mai con angosce e ansie prestazionali. Fare confronti cronometrici che non siano fatti sulla stessa manifestazione nel trail non ha assolutamente senso e anche in questo caso a volte il fattore meteo può stravolgere così tanto un percorso che anche questo tentativo di confronto risulta vano. Nei trail e negli ultratrail in particolare, che tu sia un prosciuttone come me o una scheggia, l’unico vero avversario sei proprio tu. Avversario e complice. In gare dove l’obiettivo per un amatore è unicamente quello di arrivare in fondo, non è del tempo o della distanza o degli altri concorrenti che ci dobbiamo preoccupare ma quasi esclusivamente di come stiamo. Dobbiamo interrogarci più volte su pochi fattori, ma che durante lo sforzo possono diventare pensieri “faticosi”. La prima domanda che ogni ultratrailer dovrebbe porsi è “come sto?” Sembra una sciocchezza ma è fondamentale. La crisi non arriva gradualmente di solito e quando arriva non c’è niente da fare. O si è allenati per gestirla (ne parleremo in un prossimo articolo) o arriva inesorabile e tronca la tua corsa. La seconda, che poi è direttamente correlata alla prima è: “mi sono alimentato/idratato abbastanza?” Non crediate che non ci voglia allenamento anche per bere e mangiare: spesso in sessioni da 30-40km può capitare che un ultratrailer allenato non senta la necessità di bere molto o mangiare, ma se seguite uno di questi personaggi vedreste che ogni 45/60 minuti s’impone di bere e mangiare (anche ogni 30, se si tratta di bere). La terza domanda riguarda il ritmo gara: quando facevo maratone e mezze maratone l’ansia maggiore era se stessi tenendo un ritmo sufficientemente veloce. Negli ultratrail la domanda che ci si dovrebbe porre, almeno per noi amatori, è se stiamo andando sufficientemente piano per arrivare in fondo, e attenzione: anche quando ci sembra di non strafare, il nostro pensiero dovrebbe essere sempre rivolto all’interezza della corsa, che nei casi più duri supera anche i due giorni di gara. Quindi amici non sono gli altri, o il cronometro o la distanza i nostri veri avversari, ma siamo noi stessi e questa consapevolezza può essere il primo passo per realizzare i nostri sogni e le nostre piccole grandi imprese.